Su di noi | La nascita dell’Athletic Kick Boxing

Franco Apicella

Franco Apicella

Su di noi | La nascita dell’Athletic Kick Boxing

Il 14 luglio 2014 non nacque soltanto un’associazione.
Quel giorno prese forma una promessa.

Una promessa fatta in silenzio, senza proclami, ma con il peso di chi aveva già camminato sull’orlo e sapeva cosa significasse rialzarsi.

Franco Apicella e Mario Ferraiolo arrivavano da strade diverse, ma percorse con lo stesso passo: quello di chi aveva conosciuto il combattimento, non solo sul ring, ma nella vita. Le arti marziali e gli sport da combattimento non erano per loro semplici discipline: erano state maestri severi, rifugi, salvezze. Avevano insegnato a cadere senza spezzarsi e a rialzarsi con più coscienza.

Per Franco, in particolare, la Kickboxing non era stata una scelta.
Era stata una ancora.

In un momento in cui la vita aveva tolto più di quanto sembrasse possibile sopportare, quella disciplina gli aveva restituito il respiro, la direzione, il senso. Lo aveva tenuto in piedi quando tutto spingeva verso il crollo. Gli aveva ricordato che il dolore può diventare forza, se qualcuno ti insegna come attraversarlo.

E quando qualcosa ti salva la vita, arriva un giorno in cui senti che non puoi tenerlo solo per te.

Così, insieme a Mario, nacque l’Athletic Kick Boxing.
Non come una semplice palestra.
Non come un luogo di allenamento.

Ma come uno spazio di rinascita.

Un posto dove il sudore non serviva solo a migliorare il fisico, ma a liberare l’anima. Dove i guantoni non erano strumenti di violenza, ma di disciplina. Dove ogni allievo, prima ancora di imparare a colpire, imparava a stare in piedi davanti a se stesso.

L’idea era chiara fin dall’inizio:
se la Kickboxing aveva salvato una vita, poteva salvarne molte altre.

Ragazzi smarriti, adulti feriti, anime stanche di combattere da sole. L’Athletic Kick Boxing sarebbe stata il loro tatami, il loro ring, il loro punto fermo. Un luogo dove il Maestro non impone, ma guida. Dove la forza nasce dal rispetto. Dove nessuno viene lasciato indietro.

Il 14 luglio 2014 non fu l’inizio di un’attività.
Fu l’inizio di una missione.

E da allora, ogni allenamento, ogni caduta, ogni rialzarsi, porta con sé quella promessa silenziosa:
qui non si costruiscono solo fighter.
Qui si ricostruiscono persone.

Storia del Maestro

Questa è la mia storia.
Una storia che nasce dall’innocenza di un bambino di otto anni, con gli occhi colmi di curiosità e il cuore affamato di scoperte.

Era un giorno qualunque. Uscivo da scuola quando, spinto da un istinto che allora non sapevo ancora chiamare destino, entrai in una palestra di un Istituto Magistrale (oggi Alfano I, Salerno). Fu lì che avvenne il mio primo incontro con le arti marziali: il Tae Kwon Do.
Vidi uomini muoversi in silenzio, avvolti nei loro dobok, danzare tra disciplina e rispetto. Quelle figure catturarono immediatamente la mia attenzione e, senza saperlo, segnarono l’inizio di una passione che avrebbe plasmato il mio cammino.

Il Maestro Bruno Barberio fu la mia prima guida, affiancato dalla sua cintura nera Antonio Rago, che divenne il mio coach. Con loro iniziai a comprendere che dietro ogni gesto c’è una regola, dietro ogni colpo un valore, dietro ogni inchino un principio.

Così ebbe inizio la mia avventura: un percorso durato dodici anni all’interno di questa straordinaria disciplina. Un cammino che non sarebbe stato possibile senza il Gran Maestro fondatore Young Ghil Park, grazie al quale, insieme ai suoi fratelli, il Tae Kwon Do si diffuse in Italia. A loro va la mia profonda gratitudine.
Quell’esperienza alimentò il mio amore per le arti marziali, per la loro filosofia e per la loro cultura. Fu un vero viaggio interiore, un’immersione in un mondo fatto di introspezione, spiritualità, coraggio, lealtà, onore e sacrificio.

Il Tae Kwon Do fu solo l’inizio.
Il mio percorso mi condusse attraverso molte altre discipline, ognuna delle quali contribuì a modellare la mia identità. Eppure, il filo conduttore rimase sempre lo stesso: l’amore profondo per le arti marziali e per tutto ciò che rappresentano.

Poi arrivò la vita.
Il lavoro, a cui ho sempre dato tutto me stesso, assorbì gran parte del mio tempo. Per anni lo sport rimase indietro, schiacciato dalle responsabilità, dalle difficoltà e dalle prove che la vita impone. Avevo quarant’anni quando persi mio padre. A quella perdita immensa si aggiunsero pesi e responsabilità improvvise. Nello stesso periodo, una crisi nazionale mise in ginocchio non solo l’Italia, ma anche me. Furono anni durissimi, come lo furono per tanti imprenditori che non riuscirono a reggere il colpo togliendosi la vita.

A un certo punto decisi di fermarmi.
Mi ritrovai di nuovo al punto di partenza: io, il dolore, e una vita che sembrava andare in frantumi. Fu allora che mio cugino Mario, che per me è più di un fratello, mi tese una mano. Con un semplice paio di guantoni mi spinse a tornare nello sport.

Mi aggrappai di nuovo alle corde.
Quelle di un ring.
Quelle di ciò che in passato mi aveva già salvato: la kickboxing.

La kickboxing divenne la mia anestesia per il dolore. Mi restituì respiro, equilibrio, direzione. Tornai ad allenarmi non solo per il corpo, ma per l’anima. Per cercare segni, significati, risposte. Stavolta con una consapevolezza nuova.

E mi resi conto di una cosa fondamentale: la kickboxing mi aveva salvato la vita.
E io dovevo restituire quel dono.

Nel luglio del 2014, io e Mario decidemmo di fondare l’Athletic Kick Boxing che, insieme a mia moglie Rosanna, sto ad oggi portando avanti. Quell’anno non nacque solo un’associazione sportiva, ma un sogno: quello di restituire ciò che avevo ricevuto, di raccogliere anime che, come me, si erano perse lungo il cammino.
Perché credo profondamente che chi salva un’anima, salva il mondo intero.

Non avrei potuto capirlo prima. L’ho compreso solo a un passo dal baratro: nella mia vita, nonostante le passioni e gli obiettivi, c’era sempre qualcosa che mancava. Anche quando sembrava esserci tutto. Non avevo gli strumenti per colmare quel vuoto. Diventare Maestro me li ha dati.

Oggi mi sento custode di un bene prezioso.
La mia associazione non è solo un luogo: è vita.
Un punto di riferimento, un porto sicuro. Perché so che, ai suoi margini, c’è l’abisso.
E io ho scelto di stare qui, ogni giorno, affinché nessuno debba caderci da solo.

“La vita è una soltanto, e bisogna seguire sempre ciò che risuona nell’anima, perché è in quel cammino che si trova il nostro vero destino…”